I bagni 1.- contesto
Partendo dal contesto spagnolo
In Italia esiste un meccanismo di privatizzazione delle spiagge che avviene attraverso concessioni che permettono l’istallazione di stabilimenti balneari in zone di demanio pubblico, chiamate popolarmente “bagni”. Questo fatto, per qualsiasi italiano, risulta logico e di normale procedura, ma dal punto di vista di uno spagnolo, può sembrare una cosa strana, abbastanza incredibile, dato che, in Spagna, la destinazione delle spiagge all’uso pubblico e la garanzia di accesso alle stesse, sono dogmi quasi indiscutibili. Le diverse leggi sulla costa in Spagna lo attestano, negli anni vennero stabilite diverse linee di delimitazione del demanio pubblico, e vennero attuate anche diverse procedure per limitare lo sviluppo delle costruzioni in tutta la zona costiera, che spaziano dal divieto di costruzione nella fascia denominata di servitù, da 100 a 200 metri dal demanio pubblico, ad una attenzione sul modo di edificare nella fascia distante 500 metri dal demanio. La legge sulla costa prevede la garanzia di accesso, sia per manutenzione sia per uso libero e pubblico, e stabilisce che le spiagge non potranno essere privatizzate, secondo quanto disposto dall’art. 65 comma 1 del Regolamento Generale delle Coste RD 876/2014, al pari di una serie di scadenze per l’adeguamento delle opere e concessioni che non vennero considerate conformi al momento dell’ entrata in vigore della nuova legge. Secondo questa legge, le concessioni per le attività all’interno del demanio pubblico sono limitate su tutto il territorio nazionale e regolamentano in merito alla distanza tra stabilimenti, attualmente quella prevista è di 350 metri tra le concessioni in spiagge naturali, 150 metri in spiagge urbane; disciplinando la superficie massima di costruzione e la cauzione per ripristinarla al suo stato originario, la superficie massima di occupazione di tutte le concessioni considerando la spiaggia in alta marea; per arrivare alla distanza minima della concessione rispetto la linea di alta marea di 70 metri. Ovviamente, non tutto è semplice, a rose e fiori, perché esistono inadempienze e infrazioni come succede con tutte le leggi e, in funzione del colore politico del governo, la legge delle coste è sempre nel mirino, tra lo sviluppo liberale, e la protezione e il servizio pubblico. Ma su questo argomento, in Spagna esiste un forte posizionamento popolare a difesa della costa e una forte sensibilità su quello che considerano uno spazio naturale di loro appartenenza.
Le norme in Italia
Invece, in Italia, l’assegnazione delle spiagge come demanio pubblico è stata stabilita nel Codice civile promulgato nel 1942 e dal Codice della Navigazione dello stesso anno, i quali prevedono il lido e le spiagge come demanio pubblico e legiferano in maniera che l’amministrazione marittima possa concedere l’occupazione e l’uso di questi beni, anche in maniera esclusiva. Lo stesso articolo stabilisce che l’occupazione dovrà essere compatibile con le esigenze del pubblico uso, ma questa compatibilità e le esigenze credo sinceramente siano state ovviate dal dibattito pubblico e politico. Su questa base, per anni, si sono sviluppate le concessioni di servizi per l’impianto e gestione di stabilimenti balneari connessi allo sfruttamento economico del bene. Queste concessioni hanno avuto la loro contestazione da parte dal Parlamento Europeo, promovendo attualmente una revisione dell’ordinamento, ma soltanto dal punto di vista economico della libera concorrenza. Con l’emanazione della legge 421/1985, venne posto sotto vincolo paesaggistico la fascia di terreni a 300 metri dalla riva, ma questa legge non aveva previsto alcun divieto di costruzione sulla stessa, aveva solo sottoposto le costruzioni all’autorizzazione degli enti proposti alla tutela, in questo modo è diventata inefficiente per limitare l’edificazione.
Dagli origini alla situazione attuale
Sostenere una critica all’artificializzazione del litorale dovuta agli stabilimenti balneari e pertanto, all’usurpazione alla popolazione dei terreni di demanio pubblico dal suo libero uso e accesso, non è facile in Italia. L’idea del bagno come mezzo tramite il quale godere della spiaggia, è stata indissolubilmente incorporata alla e dalla cultura popolare e concepita come parte della tradizione italiana. Infatti, storicamente i bagni risalgono ai primi dell’Ottocento, e furono promossi come un approccio salubre al benessere del mare e come una maniera lussuosa e comoda di vivere l’esperienza. Allo stesso tempo salvavano la privacy e il decoro delle signore, che allora si rivelava essere un mandato fondamentale della società. L’immaginario del bagno ha le connotazioni romantiche della bella vita, inizialmente furono sviluppati in zone di élite, e si situavano in strutture eleganti con servizi come ristoranti, saloni del thè, saloni di lettura e piattaforme di solarium, per la comodità dei suoi utenti e come luogo di riunione dell’alta società. Dopo gli anni 60, l’accesso all’ozio e il turismo della grande massa, considerata classe media, ha comportato un’esplosione dell’occupazione estensiva dei bagni, quasi come l’unica maniera di godere della costa. Attualmente, gli utenti apprezzano i bagni per la possibilità di usufruire di sdrai e ombrelloni, le docce e i servizi igienici, il servizio di ristorazione, la sensazione di sicurezza e le attività sportive e di svago. Questi presupposti promossero, ieri come oggi, la difesa più assoluta del concetto “comodità” su qualsiasi altre premesse, anche su quella che sosterrebbe il rispetto dell’ambiente naturale con un approccio al mare in modo alternativo.
Oggigiorno, la situazione di ipersfruttamento della costa tramite gli stabilimenti balneari ha generato una congiuntura preoccupante. Secondo lo studio di Legambiente (Vista Mare, la trasformazione dei paesaggi costieri italiani) il 51% delle coste italiane sono state trasformate per l’urbanizzazione di zone portuarie, infrastrutturali, industriali e urbane. Questa trasformazione è stata sviluppata anche dopo l’adozione della legge 431/1985, la quale stabiliva il vincolo paesaggistico della fascia litorale, favorendo invece, la trasformazione di 302 chilometri di costa in più durante i 25 anni posteriori. Secondo il rapporto di Legambiente sulle spiagge di 2019, la percentuale media di occupazione della costa con gli stabilimenti balneari è del 42,4% in tutto il territorio italiano, ma in diversi comuni supera il 90% di occupazione. Considerando che sul 10% delle spiagge c’è il divieto di balneazione per contaminazione e altri motivi, il risultato è che la spiaggia libera si riduce al 40%, arrivando a situazioni incredibili nel caso di Emilia-Romagna, Campania, Marche, Liguria, dove è praticamente impossibile trovare una spiaggia pubblica. Ma il problema non sono solo i numeri, perché tante volte le spiagge libere sono difficilmente accessibili o ubicate in luoghi poco idonei come la foce dei fiumi, luoghi non adatti allo sfruttamento commerciale. Ciononostante, le concessioni di stabilimenti balneari continua a crescere, con quasi 12.000 concessioni per stabilimenti balneari e nessuna norma nazionale che decreti una salvaguarda di spiagge libere, dal 2001 il numero di concessioni è stato raddoppiato. Il fatto che la normativa nazionale lasci nelle mani delle regioni la limitazione delle concessioni, ha comportato che non tutte le regioni abbiano stabilito una normativa al riguardo e in quelle regioni che l’hanno stabilita, le percentuali di salvaguarda sono state veramente irrisorie ed eterogenee tra loro.
Tutto ciò configura un lungo e complesso scenario che merita una adeguata attenzione da parte dalla società e dalla struttura politica ed istituzionale, in modo che si possa tenere un dibattito pubblico su che tipo di spiagge vogliamo, l’importanza della protezione dei sistemi naturali, la garanzia di uso dalla collettività e finalità pubblica dei beni demaniali e decidere se sia opportuno o meno l’ipercapitalizzazione e l’ipersfruttamento dalle risorse per il profitto economico e privato con una finalità ricreazionale che, in fin dei conti, non soddisfa la totalità della popolazione. A tale scopo analizzerò in diversi articoli le specificità che troviamo in questo tema, in modo che si possa ricomporre una visione generale dell’argomento e promuovere una riflessione al riguardo.
